lunedì, maggio 09, 2005

L'antisemitismo è vivo e lotta accanto a noi

Riprendo un tema di cui ha parlato recentemente anche Nietzsche riportando integralmente la rubrica "Lettere al direttore" pubblicata stamani sul Foglio. Ogni commento è superfluo.

Al direttore - Ho ricevuto questa lettera che ritengo opportuno sia resa pubblica.
David Meghnagi, coord. del Comitato accademico per la lotta all’antisemitismo

Gentile Professor Meghnagi , Questa mattina ho svolto regolarmente la lezione, nonostante la bacheca centrale dell’Università fosse decorata da proteste contro la “Santus sionista”. Tuttavia la protesta è scaturita subito all’uscita del Palazzo Universitario dove gli studenti dei collettivi autonomi mi hanno fermata. La Digos e la Polizia erano fuori dal Palazzo e intorno a me, nel momento del contatto ravvicinato con gli autonomi. Questa volta non c’è stato il lancio di fumogeni né di uova come la settimana prima, ma uno di questi studenti mi ha fatto presente che Elazar Cohen il viceambasciatore d’Israele non aveva diritto di parola perché “l’esercito israeliano uccide i bimbi palestinesi” e loro avevano diritto di contestarlo. A nulla è valso un tentativo di dialogo. Quando ho fatto presente che i bambini ebrei muoiono sugli autobus a causa del terrorismo palestinese, mi è stato risposto che è giusto così e che io stessa dovrei fare la stessa fine, perché quella è la legittima lotta del popolo palestinese. Ovviamente, secondo una “studentessa”, quando gli ebrei scelgono di andare a vivere in Israele devono sopportarne le conseguenze. Ciò che li ha irritati ancor più è stato il fatto che io, a quel punto, abbia dato loro degli antisemiti. Siamo finiti in presidenza. Infatti, non sentendomi tutelata nella mia incolumità (lo “studente” che mi ha detto che sarei dovuta saltare per aria su un autobus, mi ha anche intimato di “stare molto attenta d’ora innanzi” e un altro mi ha assicurato che il prossimo anno verrà a tutte le mie lezioni per contestarmi) […]. Il preside ci ha ricevuti: c’erano gli autonomi, un gruppetto di miei studenti, uno studente israeliano (rimasto sconvolto dal clima di violenza che si respirava) e il mio collaboratore marocchino (islamico). In presenza del preside gli autonomi hanno dichiarato che io ho commesso dei “gravi errori” e che l’Università di Torino dovrà allinearsi a quelle inglesi nel NON permettere più ad alcun rappresentante israeliano di parlare. Hanno dichiarato che sono di parte e, quando il mio collaboratore ha fatto presente che ogni mercoledì lavoriamo con testi scritti in arabo, giunti da Gaza, per tutta risposta si è sentito dire che la comunità maghrebina dovrebbe perseguitarlo. Peccato non abbiano detto per quale motivo: forse perché collabora con una docente ebrea? A questi studenti non piace ciò che insegno perché parlo d’Israele, ma di fatto non sono obbligati a inserire il mio corso: ve n’è uno parallelo nel quale si parla soltanto di Palestina, dal punto di vista palestinese. E il libro che io ho fatto adottare (D. Santus, G. Cusimano, Israele e Palestina, due paesi un solo problema, Torino, Tirrenia Stampatori, 2005) presenta anche il punto di vista palestinese (pur se non quello fondamentalista). Il preside ha fatto quanto ha potuto per calmare gli animi, soprattutto ha cercato di strappare loro la promessa circa la mia incolumità fisica (ma lo “studente” che mi ha minacciata non è salito in presidenza e una mia laureanda l’ha sentito dire che lui i sionisti li brucerebbe tutti). Ora che posso fare? E’ vero che la storia di Purim ci insegna che anche una sola persona può cambiare le sorti della storia, ma io non sono la regina Esther e sono drammaticamente sola. Non uno, tra i miei colleghi, era in aula o in presidenza a dire che la libertà d’insegnamento è fuori discussione, che la libertà di parola è un bene assoluto da non potersi neanche mettere in discussione. Non uno tra i miei colleghi mi ha teso la mano, non uno tra i miei colleghi ha strappato uno dei manifesti con sopra il mio nome. Lo so che dovrei continuare a lottare, ma ho due figli e uno è troppo piccolo. Hanno vinto gli autonomi, io lascio. Non ho più parlato con la stampa e non lo farò più. Ho paura? Sì, certo. Ho paura. Il prossimo anno modificherò il mio programma e parlerò di geografia postmoderna e teorie astratte. Israele uscirà dall’Università di Torino e io mi attiverò per cercare “asilo politico” in un’altra università. Cordialmente shalom
Daniela Ruth Santus, Torino

Risposta del Direttore
Questa lettera è disarmante. Bisogna dunque riarmarsi. Pisa, poi Torino: ma dov’è finita la cultura?